La storia di Mike

La storia di Mike
di Giorgia Salicandro

Canto e vita. Viene spesso in soccorso questo binomio se c’è da dare una voce e una storia all’armonia di emozioni che accompagna l’atto del cantare, un concetto tanto ripetuto da suonare a volte liso e scontato. Eppure, queste parole tornano immediatamente autentiche, vivide e brillanti se conosci la storia di Mike.
Come accade al suonatore Jones della canzone di Fabrizio De Andrè, chiunque ha a che fare con Mike sa che può chiedergli una canzone, e a lui piacerà lasciarsi ascoltare. Da quando è arrivato, gli intricati corridoi del Cara di Restinco sembrano il meccanismo di un enorme juke-box, e non c’è stanza, ufficio o cortile che non abbia il suo tasto d’accensione con una rosa di richieste ad hoc.
Le tradizioni della sua Nigeria, il rap, la sua prima passione, e poi il gospel a cui è approdato da grande. Glielo chiede chi come lui è partito per tornare a sentire il suono dell’Africa, glielo chiedono gli operatori, stupefatti da questa voce così profonda e così limpida insieme. Una delle sue insegnanti di italiano dopo averlo ascoltato è corsa a segnalarlo alla Onlus di cui fa parte, e tramite questa Mike è approdato ad Assisi, esibendosi al concerto di Natale andato in onda su Rai Uno.
Dal Cara è giunta voce dell’esistenza di questo straordinario cantante anche ai musicisti de La Répétition – Orchestra senza confini, che lo hanno invitato a partecipare a una delle sessions alle Manifatture Knos di Lecce.
E così, oggi il suono dell’Africa sui palchi battuti dall’Orchestra ha la voce di Mike, insieme a quelle “South addicted” di Claudio Prima e Claudia Giannotta.
Mike Eghe canta da quando era bambino. A suo padre piaceva il teatro, sua madre voleva che studiasse medicina, lui ha preso una laurea in Economia, ma la sua vera scelta è stata sempre la musica. Sul palco ci è salito da ragazzo e non è mai più sceso. In omaggio ai desideri della mamma, però, da artista si è fatto chiamare “Doctor”.
Eclettico e travolgente, si è presto guadagnato da vivere come master of ceremonies ed ha anche lavorato in un programma tv. Poi è arrivato il gospel, un richiamo che Mike ha sentito provenire dalla fede oltre che dalle note, e così è nata The Representatives, la band che canta a cappella nella quale Mike oltre a esibirsi scrive anche i testi. Ha un bel suono la vita di Mike. Una sera, però, l’accordo si spezza improvvisamente.
«Perché sono andato via? È una brutta storia – prende un respiro, fa un sorso al suo cappuccino, poi comincia a raccontare – io e il mio gruppo avevamo terminato uno show e stavamo tornando al nostro furgone quando abbiamo visto qualcosa che non avremmo dovuto vedere. Quella notte siamo stati trattenuti a lungo dalla polizia, uno dei musicisti è stato arrestato solo perché ubriaco. Tuttavia, sembrava finita lì. Non era così. Dopo qualche settimana è stato commesso un crimine nella nostra città, e la polizia ci ha accusati di essere noi i responsabili. Peccato che noi in quei giorni fossimo in tour. Un membro del mio gruppo è stato ucciso mentre tentava di scappare dagli agenti che volevano arrestarlo. Di un altro ragazzo si sono perse le tracce, e credo purtroppo che anche lui sia stato ucciso. C’è stata una grande rivolta da parte della nostra comunità, e durante la protesta un poliziotto ha perso la vita. È stata data la colpa a me. Ma io non ero in città, io mi nascondevo, ero terrorizzato. Ero abbastanza popolare, la mia faccia appariva spesso sui giornali, avrei potuto essere riconosciuto in ogni momento appena avessi messo piede fuori di casa. Sono andato avanti così per tre mesi, poi sono partito. Sono qui da un anno e mezzo».
Nel cerchio di suono delle sessions con La Répétition Mike mette da parte i ricordi e torna al sé più antico e autentico. Non ama raccontarsi, preferisce affidare a una sfumatura della voce il cortocircuito di emozioni che lo accompagna da quando è in Italia. C’è una canzone su tutte che parla per lui, “As a master”, un testo che richiama l’importanza di essere maestri del proprio percorso.
«I miei progetti? Voglio trovare un lavoro, sto studiando in una scuola di cucina dopo aver lavorato come volontario con un’associazione che segue le persone disabili. E voglio anche l’amore. Qui ho incontrato belle persone, calde e accoglienti, anche se, devo ammetterlo, qualche volta mi è sembrato di stare in America per il razzismo che ho respirato nell’aria. Per ora aspetto che mi venga riconosciuto lo status di rifugiato politico. Dopo, non so se vorrò restare in Italia. Di certo, ovunque andrò la mia bussola sarà la musica».
Il cappuccino è finito, e anche il tempo della nostra chiacchierata. «Per me – fa lui prima di salutare – la musica è come la vita, se non canto divento triste». E mentre va via fischiettando, queste ultime parole ci rimangono in testa. E pensiamo che sì, hanno un suono diverso, se conosci la storia di Mike.

Un Capodanno senza confini

di Giorgia Salincandro
da Immaginari K – Laboratorio di scritture indecise

www.manifattureknos.org

All’ingresso nella casa dell’ospite, a qualunque coordinata geografica il rito ha attecchito come una pianta dai molti steli, ma dalla radice comune. Che si superi la soglia di una tenda berbera o di una casa di carta giapponese, che sia l’impietoso caldo del Sud o il freddo polare a domandare una tregua, il benvenuto prevede un codice essenziale di due elementi: la voce e il cibo. L’una per aprire il varco attraverso il richiamo primigenio dell’uomo all’uomo, l’altro per trattenere il corpo e il cuore nel senso primordiale di una casa.
E così, anche alle Manifatture Knos il primo gennaio 2018 le molte comunità che popolano la città di Lecce si sono date il benvenuto l’un l’altra, in uno speciale rituale d’accoglienza che dimentica chi è ospite e chi è ospitato, per uno scambio reciproco di saluti, auguri e storie.
Il Capodanno dei popoli e della pace è stato per diversi anni un appuntamento molto amato e partecipato della nuova città che viene dal mondo. Abbiamo deciso di recuperae la tradizione e lo spirito per dare un ideale benvenuto al progetto “Knos Orchestra senza confini”, che sarà il protagonista del nostro 2018 tra musica, teatro, incontri culturali e altre variegate attività.
E così, abbiamo affidato la nostra voce a La Répétition, l’orchestra che ha preso corpo in questi mesi nelle jam session aperte a chiunque sapesse suonare uno strumento e avesse la curiosità di imparare, o di condividere le proprie conoscenze sulle sonorità del West Africa.
Insieme alla voce e al cibo, in Africa un terzo elemento chiude il cerchio del rituale d’accoglienza: la musica. Lì dove ritmo e note sono la lingua comune parlata dalla culla al capezzale, anche l’arrivo dell’altro ha il suo proprio codice fatto di mani che battono, corpi in salto, tamburi che rincorrono il cuore.
Potenti come un battito primordiale, anche sul palco delle Knos i tamburi segnavano inequivocabili il territorio della casa comune. Uno, due, tre: il quarto tempo sono i fiati a richiamare e smuovere chi è approdato qui. E poi il tintinnare del balafon, e il dumdum, e la dolcezza del kamele ‘ngony.
Una ragazza inizia a battere i piedi a terra e fa ondeggiare la schiena alla maniera del ballo africano. Intorno a lei si forma un cerchio d’occhi, che tuttavia resiste poco: un piede, un braccio, lo schiocco delle dita o una coda di capelli lasciata andare a tempo, e in breve anche chi è intoo al cerchio si muove, ognuno come può, ognuno come sente.
La festa è un movimento che si propaga e si insinua nello spazio sottostante, tra i banchetti e le pentole fumanti, il tapalapa senegalese e il riso delle Filippine, la zuppa indiana e i dolci al miele della tradizione Rom. Non ci sono chef, ma sorridenti padroni di casa che hanno trasferito il loro tinello qui, e riempiono ogni piatto con un mestolo di cibo dall’aroma misterioso e lontano e un capitolo diverso della propria storia.
Albania, Romania, Senegal, Marocco, Sri Lanka, Cuba, Kenia, Etiopia-Eritrea, India, Tunisia, comunità Rom e i richiedenti asilo dello Sprar di Lecce, riuniti dal Centro multiculturale “Etnos”. Intoo e insieme a loro, tantissimi salentini venuti ad assaggiare il gusto di una frittella speziata e di qualche domanda.
E seduti anche noi a un tavolino sgranocchiando mais piccante, ci sentiamo fieri di cominciare il nostro anno nel cuore del mondo che ci attraversa, e orgogliosi di essere parte di questo movimento buono, mentre giungono sempre più spesso echi di resistenze stagnanti che attecchiscono nel nostro Paese, e piuttosto che segnare capodanni tirano il tempo indietro, verso la fossa dei giorni.
Ma non possiamo indugiare ancora nelle nostre riflessioni. Sul palco è salito un gruppo di una ventina di uomini e donne indiani, qualcuno in abiti tradizionali, chi solo con il bindi dipinto sulla fronte. E con l’orchestra che continua a suonare, danno luogo a una divertente “occupazione” ballando anche loro come sentono, battendo le mani e ondeggiando le braccia in alto.
«Mi piace la sensazione di agio che si respira qui – riflette Mariangela Schito, che fa parte dello staff che coordina il progetto – l’idea che Knos sia un luogo accogliente, un luogo per tutta la città, con le sue diverse anime. È bastato spostare qualche tavolo perché lo spazio si animasse. In fondo è questo il nostro profilo: essere una coice aperta a molte attività senza bisogno di grandi allestimenti, perché vi si trova tutto l’essenziale per potersi esprimere liberamente».
La Répétition suona l’ultimo bis, sul palco restano un paio di tenaci ballerini, un po’ di briciole intorno, qualche numero di telefono segnato sul taccuino. E poi la curiosità di ritrovarsi per le strade della città, chiamandosi finalmente per nome.

Diario del live a Guagnano

Con la Répétition una “Focara senza confini”

Giorgia Salicandro

La prima scintilla si alza in volo crepitando e danzando, seguita dopo poco dalle altre, liberate dalla pira come spiritelli. Poi, per qualche minuto nessuno sa che cosa stia accadendo nel cuore della vetta, se la festa può iniziare o se è necessario ritentare la sorte del fuoco. È una fiammella sottile, una luce esile come l’alone di una candela, a rivelare che la magia ha attecchito, i fasci di vite sono stati contagiati dalla stretta del calore e la Focara di Sant’Antonio può tornare a illuminare anche quest’anno l’inverno del paese.

Ed è quando la fiamma si sprigiona inequivocabile come un saluto al cielo che La Répétition batte il primo colpo di tamburo, riportando il saluto sulla terra, tra il palco e la pira che festeggia la fertilità delle colture e la cura degli animali. Qui, a Guagnano, nell’Alto Salento leccese come in molte altre parti del Sud Italia, la Focara è il ringraziamento scritto dalla tradizione, e al contempo il segnale di un nuovo augurio di prosperità e pace scambiato da chi abita oggi le strade e le piazze del paese. E proprio sulla soglia di un messaggio nuovo di accoglienza e inclusione lanciato dalla festa del piccolo centro salentino batte il primo colpo La Répétition, che il Comune ha invitato per portare un colorato sconcerto nel tradizionale repertorio riservato all’evento.

Così, la sera del 28 gennaio 2018 sono percussioni, fiati e disparati strumenti africani ad accompagnare il crepitio del fuoco, in una corrispondenza di note e fiamme levate al cielo che sembra quasi un dialogo tra forze della natura. La musica incalza, il fuoco soffia dalla vetta della pira, si aizza agli applausi, e infine la abbraccia ai fianchi. Un colpo di rullante segnala la magia in atto: il fuoco s’è preso la pira, e invece che scavarla lentamente dal cuore, ne divora il corpo come una bocca incandescente.

E lì, ai piedi del palco, sembra quasi di aprire gli occhi a Sud, nel cuore di un villaggio africano, in un rituale di benvenuto che brucia un fuoco buono e batte il tempo della notte sulla pelle del tamburo.

Burkina Faso, Mali, Senegal, Costa d’Avorio, dove la musica è lingua madre e pratica quotidiana della vita di comunità, là tende l’orecchio La Répétition, corre a raccogliere il codice del ritmo restituendolo a chi ha orecchie per ascoltare e mani che chiedono di battere il tempo attraversando epoche e coordinate geografiche. Lo riporta qui, in piazza Pertini, tra la gente del paese che si scalda le mani al fuoco e continua a ballare: questa sera, anche la pira di Guagnano è una Focara senza confini.

 

 

Orodara Sidiki live!

28 Gennaio: Live!

Il Comune di Guagnano ha il piacere di presentare il concerto de La Répétition”- Orchestra Senza Confini, nell’ambito del progetto “Vignaculture” per “Il Suono Illuminato“, in occasione della Focàra.
L’ultima domenica di Gennaio, come da tradizione, avrà luogo l’accensione della “Focàra” a Guagnano. Un rituale festivo legato al fuoco, che si svolge in occasione di Sant’Antonio Abate e che è espressione del patrimonio storico e culturale del nostro territorio. L’evento si ripete da anni e vede l’accensione di tralci di vite legati in fasci, ottenuti dalla potatura delle vigne, attorno a cui si riunisce la comunità.

Durante l’evento ci sara’ lo spettacolo dei mangiafuoco e artisti di strada.

Sul palco alle 21 ci sarà il live de La Répétition” – Orchestra Senza Confini.
Esplorare il sound del nuovo Salento crocevia di popoli, tracciare il cerchio di una nuova comunità attraverso l’energia potente di ritmi e note meticci. Così nasce “La Répétition”, progetto musicale diretto da Claudio Prima e Giovanni Martella in co-produzione con le Manifatture Knos, che unisce musicisti italiani e africani per proporre un viaggio aperto seguendo le musiche del West Africa.
Burkina Faso, Mali, Senegal, Costa d’Avorio sono le destinazioni dell’orchestra, là dove la musica è lingua madre, pratica quotidiana della vita di comunità, ombelico antico delle note del mondo disseminatesi con la diaspora in più continenti, e divenute poi blues e jazz, rumba, reggae e innumerevoli altri generi.
Una potente sezione ritmica di djembe, ngoma, dundun e altri tamburi è il cuore pulsante delle performance, colorate da una altrettanto ampia sezione fiati, insieme a balafon, kamale ‘ngony e altri strumenti originali che raccontano il suono dell’Africa, ibridati con tamburello, organetto e altri suoni della tradizione salentina.
Il momento musicale in Africa viene ancora oggi vissuto come un attimo collettivo, liberatorio e pubblico, quasi indispensabile nella vita giornaliera, una necessaria evasione dalla frenesia e dall’esasperazione della quotidianità.
La Répétition” tenta di ricreare la stessa situazione, cerca di risvegliare l’amore per la musica intesa come dono dell’uomo all’uomo e permette a chiunque ne abbia la voglia di condividersi, mescolarsi e sperimentarsi nella dimensione della musica e della danza.
“Qui, dove i punti cardinali delle nostre provenienze si incrociano – dicono i musicisti dell’orchestra – in una città, Lecce, che già da tempo parla lingue diverse, risuona ibrida, noi vogliamo esplorare questo suono nuovo che racconta di noi. Vogliamo sondare il centro magnetico della nostra identità pulsante, in movimento, di questa lingua madre plurale. In questo cerchio è il nostro Salento, una terra aperta, senza confini”.

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Diario #2: il primo palco

 

Knos Orchestra senza confini – La Répétition

DIARIO/2

Il primo palco

Giorgia Salicandro

Quando saliremo su palco che saluterà il nostro esordio, nel cuore della festa che le Manifatture Knos di Lecce dedicano all’anima meticcia della città, la scaletta che seguiremo non sarà solo la traccia della nostra esibizione ma una storia, il racconto di un’esperienza, un movimento bidirezionale avanti e indietro nel tempo, un piede verso la nostra identità di orchestra, uno a ritroso lungo il percorso della nostra formazione.

Una volta a settimana, nella sala prove delle Knos e alla Nuova Ferramenta di Arci Lecce. Il calendario delle prove è definito severamente, ma nello spazio che si apre tra il primo battito e l’ultimo la nostra musica si modifica e si riforma, modellandosi sull’epidermide del nostro corpo mobile. Intorno al cerchio magico di tamburi e cavi elettrici, esperienze e persone diverse scorrono come venti. S’incrociano, vanno, a volte restano. E nuove note si sedimentano in noi.

Corre la voce che un gruppo di musicisti sta tendendo l’orecchio a Sud per tentare una sintesi tra il Salento e il West Africa. Ogni settimana, alla porta della sala prove si presenta qualcuno con strumento alla mano. Riccardo Basile con il basso, Marco De Paola con la tromba, Giovanni Chirico col sax, Luca Ferro con la tromba e Caterina Calò col violino, e Mike Eghe, cantante nigeriano arrivato in Salento negli ultimi anni con una bella esperienza radiotelevisiva alle spalle nel suo paese e alla ricerca di nuove opportunità in Italia.

Prendere parte alla répétition non significa soltanto unirsi alla sessione del lavoro già iniziata. Insieme a custodie e spartiti, l’intenzione è quella di aprire la propria storia. Condividerla, farla girare, lasciare che il racconto passi di bocca in bocca, da bacchetta ad arco, da mano a fiato.

Ognuno ne ha una.

“Lamoroya”, un brano che viene dal Burkina Faso ed è il principe delle répétition, è stato il nostro rompighiaccio.

La presenza del violino ci ha portato a riarrangiare “Kanakassì”, un brano tradizionale senegalese, che nella versione originale è suonato dal “sokou”, una sorta di analogo primordiale.

Di “Kakilambè” abbiamo scritto la musica, intrecciando il ritmo della tradizione senegalese con quello della pizzica pizzica intorno al beat dei tamburi, che richiama il terzinato salentino.

Ancora i tamburi, con la loro urgenza incalzante, sono i protagonisti di “A Tamburi”, una canzone che gioca con il nome del famoso quartiere popolare che sorge ai piedi dell’Ilva di Taranto, una storia di energie multiformi e controverse che sentivamo necessaria da raccontare.

“As a master” parla della consapevolezza di sé, l’arte di sapersi governare ed essere maestri del proprio percorso, un proposito e un augurio per tutti noi che condividiamo questa avventura.

Che siano originali o riscritti, ciò che viene fuori è sempre qualcosa di nuovo. Un’aderenza documentaria al passato non sarebbe possibile, e neppure la cerchiamo. La tradizione è un varco da percorrere insieme, da attraversare, con gli strumenti che abbiamo, nel modo che è nostro, con una lingua condivisa che ogni giorni si ricrea qui, al centro del cerchio, sulla soglia di una possibilità infinita che determina la dinamica del nostro scambio.

Il primo gennaio racconteremo tutto questo sul palco delle Manifatture Knos per il Capodanno dei popoli e della pace organizzato dal Centro multiculturale “etnos”, che ha riunito per l’occasione le associazioni e comunità d’Albania, Romania, Senegal, Marocco, Sri Lanka, popolo Rom, Cuba, Kenia, Etiopia-Eritrea, India, Tunisia e i richiedenti asilo dello Sprar di Lecce, insieme ai salentini.

Un capitolo che comincia ma che non ha un punto fermo. Una storia per spartito che conserva una pagina immacolata, pronta ad accogliere le note del mondo.

 

 

 

 

Diario #1

La Repetitiòn | KNOS Orchestra Senza Confini
DIARIO 1 

Giorgia Salicandro

Il cerchio si compone naturalmente lungo una circonferenza di tamburi e cavi elettrici. Sulle assi di legno della piccola sala prove delle Manifatture Knos di Lecce, un raggio si tende a disegnare le posizioni del nostro approdo qui, ora. Qual è il centro magnetico di questo stare comune? Non lo vediamo, non sapremmo dirlo ancora, eppure siamo già, inequivocabilmente, un planetario: terre diverse che si corrispondono a distanza, allacciandosi l’una all’altra. Una ruota arteriosa ordinata intorno a un ombelico, a un cuore.

Il djembe batte un altro colpo, un altro. La grancassa lo raccoglie, i sonagli vibrano di riverbero. Il nostro ritmo cardiaco va formandosi passo passo, una corda tesa, un’esplosione di voce, un battito: ogni nota come un palpito.

Settimana per settimana – ogni mercoledì – cellula per cellula ha trovato il proprio sviluppo questo cuore nuovo, una maturazione naturale lunga il tempo di due stagioni, qui, nella saletta dalle mura color lavagna delle Manifatture Knos.

L’invito, lanciato all’inizio della primavera, era quello di venire, portare il proprio strumento e condividere l’obiettivo di indagare le sonorità del West Africa.

Claudio Prima scosta il microfono e poggia a terra l’organetto. «Un’esigenza che continuava a richiamarmi da un po’, tanto che insieme ad altri colleghi salentini e a due ottimi musicisti africani, Meissa Ndaje dal Senegal e Somieh Murigu dal Kenia, abbiamo dato vita a Tukrè, una formazione meticcia che guarda a due continenti. Giovanni Martella era appena tornato da un viaggio studio in Burkina Faso, e dunque abbiamo deciso di tenere aperta questa ricerca, invitando altri ad unirsi a noi liberamente. Knos è stata una casa e allo stesso tempo un sostegno per questo nostro progetto».

Burkina Faso, Mali, Senegal, Costa d’Avorio sono le nostre destinazioni, là dove la musica è lingua madre, pratica quotidiana della vita di comunità, ombelico antico delle note del mondo disseminatesi con la diaspora in più continenti, e divenute poi blues e jazz, rumba, reggae e innumerevoli altri generi.

La nostra regola è questa: chi sa condivide le note, gli altri le raccolgono e le restituiscono a proprio modo. La musica, prima di ogni altra cosa, è stato il centro magnetico del nostro cerchio.

Nei mesi in cui abbiamo tenuto aperta la jam session de La Repetition molti musicisti sono venuti a trovarci. C’è stato chi è rimasto sulla soglia ad ascoltare, altri hanno preso posto accanto a noi. Molti hanno attraversato questa sala per il tempo di una sola prova, qualcuno è rimasto.

Ed oggi siamo qui, con il nostro bagaglio di ritmi e storie diversi.

Claudio Prima con il suo organetto, incrociato a diciotto anni dopo una lunga frequentazione del pianoforte, delle percussioni, della chitarra, e mai più lasciato. «Un colpo di fulmine, uno stravolgimento» che ha aperto un varco verso la dimensione della musica popolare salentina e, da lì, di quelle del mondo.

Giovanni Martella, oltre che alla batteria, porta con sé il balafon, un litofono west-africano “eredità” del suo viaggio in Burkina Faso tra novembre e dicembre 2016.

Morris Pellizzari arriva al cuore africano trasportato dall’antica passione per il blues: una “lapsteel guitar” elettronica su cui far scivolare le dita come nella tradizione blues, il kamele ‘ngony fatto costruire su misura, nuovo amore dopo un incontro a Bologna con un musicista guineano.

Lorenzo Lorenzoni mette alla prova il suo trombone allenato alle note del jazz, perché ha «voglia di esplorare la dimensione del Sud».

Federico Laganà fa vibrare i sonagli del tamburello salentino come fossero una seconda voce, ma “parla” anche con il calebasse del Burkina e i tamburi mediorientali.

Alessandro Chiga inizia a suonare metal con la batteria ma viene sedotto dal tamburello durante un Erasmus a Parigi, «un suono identitario, capace di raccontare la terra».

Raffaello Murrone può percuotere qualunque superficie trasformandola in strumento musicale. Qui suona la campana, ma anche dei bidoni di latta, sulla suggestione della cultura “junker drums”.

Djembe e dundun sono gli strumenti di Luigi Colella, che quando era ragazzo ha incontrato un musicista senegalese e da allora non ha mai tradito il richiamo africano, tanto da trascorrere una stagione in una casa griot a Dakar.

Claudia Giannotta ha iniziato a cantare a sedici anni, e da molti si è aperta alle vocalità africane, «intense, coinvolgenti, vissute con tutto il corpo», approfondire durante il viaggio in Burkina Faso insieme a Giovanni.

E poi ci sono loro, i testimoni e custodi dei ritmi del West Africa.

Somieh Murigu, che ha iniziato a battere i tamburi da bambino, “rubando” quelli per la messa trovati a casa della nonna, e non si è più fermato: una lunga ricerca per i villaggi africani, una carriera da musicista e un tour europeo che lo convince a restare in Italia. Qui da noi suona gli “ngoma”.

Il cuore di Meissa Ndiaye batte al ritmo del suo djembe, lui che è nato in una famiglia griot a Dakar, ed è cresciuto cantando e suonando, fino a trasformare questo vasto bagaglio in una professione.

Daouda Macalou, senegalese, è il più giovane del gruppo ma ha una lunga conoscenza dei canti tradizionali: insieme ad altri, è il consulente linguistico del gruppo per il repertorio africano.

Lecce, Tricase, Giuggianello, Galatina, Alessano, Morciano di Leuca. Kenia, Senegal, il Mediterraneo. Disegniamo il nostro cerchio nota per nota, passo per passo, una circonferenza di esperienze che si rincorrono tendendo corde e scivolando lungo la pelle tesa dei tamburi. Qui, dove i punti cardinali delle nostre provenienze si incrociano, in questa città che già da tempo parla lingue diverse, risuona ibrida, e noi vogliamo esplorare questo suono nuovo che racconta di noi.

Vogliamo sondare il centro magnetico della nostra identità pulsante, in movimento, di questa lingua madre plurale. In questo cerchio è il nostro Salento, una terra aperta, senza confini. Un’“Orchestra senza confini”.

KNOS Orchestra senza confini. Laboratorio prodotto dall’Associazione Sud Est e finanziato dalla presidenza del consiglio-dipartimento della Gioventù nell’ambito del bando “Giovani per la valorizzazione dei beni pubblici”.